il valore del design…

 

 

 

 

Un estratto della biografia
del genio della Apple:
come nascevano i suoi prodotti

WALTER ISAACSON

 

Più di 40 colloqui con Steve Jobs in due anni, e più di 100 interviste a famigliari, amici, rivali e colleghi, hanno permesso a Walter Isaacson di raccontare la storia dell’imprenditore morto il 5 ottobre: ecco, in anteprima, un brano di «Steve Jobs» (Mondadori), in libreria da lunedì.

Quando, nel settembre 1997, Jobs, da poco diventato CEO, riunì il top management per pronunciare un discorso d’incoraggiamento, seduto tra il pubblico c’era un sensibile e appassionato trentenne inglese, responsabile del reparto design. Jonathan Ive, noto a tutti come Jony, aveva in animo di lasciare l’azienda. Il fatto che ci si concentrasse più sulla massimizzazione del profitto che sul design dei prodotti non gli andava giù. Il discorso di Jobs, però, lo indusse a soprassedere. «Porto nitidamente impresso nella memoria il momento in cui Steve dichiarò che il nostro obiettivo non era soltanto guadagnare, ma anche creare prodotti eccellenti» avrebbe poi ricordato Ive. «Le decisioni che si assumono sulla scorta di una filosofia del genere sono profondamente diverse da quelle che si prendevano allora alla Apple».

 

Ben presto Ive e Jobs avrebbero dato vita a un sodalizio da cui sarebbe scaturita la più straordinaria collaborazione dell’epoca in fatto di industrial design. Ive era cresciuto a Chingford, una cittadina situata al confine nordorientale di Londra. Suo padre era un argentiere. «Un artigiano fantastico» ricorda Ive. «Il suo regalo di Natale era una giornata nel laboratorio dell’istituto, vuoto per le vacanze natalizie; lì mi aiutava a costruire qualsiasi cosa avessi in mente». L’unica condizione era che Jony disegnasse a mano libera. Iscrittosi al Politecnico di Newcastle, Ive trascorreva i ritagli di tempo lavorando per uno studio di consulenza design. Per la tesi Ive si dedicò al progetto di un microfono con cuffie per la comunicazione con i bambini audiolesi. A differenza di certi designer, non si limitava a sfornare bei disegni, ma si dedicava anche al funzionamento dei meccanismi e dei componenti interni.

 

Al college imparò a progettare con il Macintosh: «Scoprii il Mac e capii che ero in sintonia con le persone che avevano realizzato quel prodotto» ricorda. Dopo la laurea Ive collaborò alla creazione di una ditta di design a Londra, la Tangerine, la quale siglò un contratto di consulenza con la Apple. Nel ‘92 ottenne un posto nel reparto design della Apple e si trasferì a Cupertino. Nel ‘96, un anno prima del rientro di Jobs, divenne responsabile del reparto, senza ricavarne però troppe soddisfazioni. «Cercavamo di massimizzare i profitti e così non si aveva la sensazione di dedicare al prodotto la debita cura» avrebbe poi detto Ive. «Da noi i designer volevano un modello che facesse capire quale sarebbe stato l’aspetto esterno; gli ingegneri avrebbero poi provveduto a rendere l’oggetto il più economico possibile. Ero sul punto di mollare».

 

Quando Jobs prese in mano la situazione e tenne il suo discorso di incoraggiamento, Ive decise di non andarsene. In un primo momento, tuttavia, Jobs provò a guardarsi intorno con l’idea di fare arrivare dall’esterno un designer di caratura internazionale. Parlò con Richard Sapper, il designer del ThinkPad IBM e con Giorgetto Giugiaro, il designer della Ferrari 250 e della Maserati Ghibli I. Ma poi visitò il centro design della Apple e si intese assai bene con l’affabile, vivace e scrupolosissimo Ive. Ed ecco come Jobs mi ha parlato del suo rispetto nei confronti di Ive: «Il cambiamento che Jony ha apportato, non solo alla Apple, ma nel mondo, è incredibile. È una persona spaventosamente intelligente, in tutti i sensi. Ha una visione dell’impresa, una visione del marketing. Assorbe i concetti con la facilità di un click. Ha chiara la nostra essenza meglio di chiunque altro. Se posso dire di avere un partner spirituale alla Apple, quello è Jony. Che sa bene che la Apple è un’azienda finalizzata alla creazione di prodotti. Lui non è solo un designer. Ecco perché lavora direttamente per me. Alla Apple ha più potere operativo di chiunque altro all’infuori di me. Non c’è nessuno che possa dirgli che cosa fare o che cosa lasciar perdere».

 

Come alla maggior parte dei designer, ad Ive piaceva analizzare la filosofia e il percorso ideativo di ogni specifico progetto. Per Jobs, invece, il processo era più intuitivo: puntava sui modelli e i disegni che gli andavano a genio e abbandonava gli altri. A quel punto Ive riceveva le dritte del caso e sviluppava le idee benedette da Jobs. Ive era un fan dell’industrial designer tedesco Dieter Rams, che lavorava per l’azienda elettronica Braun. Rams predicava il vangelo del «meno ma meglio» – weniger, aber besser – e come Jobs e Ive si sforzava di capire quanto ogni nuovo progetto potesse essere semplificato. Fin da quando la prima brochure Apple di Jobs aveva dichiarato «Simplicity is the ultimate sophistication», ovvero che la suprema forma di ricercatezza è la semplicità, Jobs aveva in vista la semplicità che scaturisce dalla conquista di realtà complesse, non dalla loro ignoranza.

 

Jobs trovò in Ive il compagno d’avventura con cui cercare la vera semplicità, quella che si contrappone alla mera semplicità di superficie. Ecco come una volta Ive, seduto nello studio di design, ha tratteggiato questa sua filosofia: «Perché riteniamo che ciò che è semplice è valido? Perché di fronte ai prodotti materiali dobbiamo sentire di poterli dominare. Ridurre all’ordine la complessità significa riuscire a fare in modo che il prodotto ti ceda. La semplicità non è solo questione di stile visivo. Non è mero minimalismo, o assenza di confusione. È qualcosa che implica lo scavo negli abissi della complessità. Per essere realmente semplici, bisogna essere realmente profondi. Se decidi che in un oggetto non ci devono essere viti, per esempio, puoi finire per trovarti alle prese con un prodotto estremamente intricato e complesso. La cosa migliore è esplorare la via della semplicità fino in fondo, capirne ogni aspetto, nonché l’intima costituzione. Per eliminare da un prodotto le parti inessenziali occorre comprenderne in profondità l’essenza».

 

Era questo il principio fondamentale che Jobs e Ive condividevano. Il design non riguardava soltanto l’aspetto esteriore del prodotto, ma doveva rifletterne l’essenza stessa. «Nel vocabolario dei più, design significa apparenza» dichiarò Jobs a «Fortune» poco dopo avere ripreso le redini della Apple. «Per me non ci potrebbe essere niente di più lontano dal vero significato di design. Il design è l’anima che si trova al cuore di un oggetto creato dall’uomo e che gradualmente si estrinseca in piani esteriori». Ecco le parole di Ive a proposito di uno dei Power Mac della Apple: «Abbiamo inteso rimuovere tutto ciò che non era assolutamente indispensabile. Per farlo è stata necessaria la massima collaborazione tra designer, sviluppatori del prodotto, ingegneri e unità produttive. Siamo tornati più volte al punto di partenza: c’è bisogno di questo componente? Possiamo fare in modo che questa parte svolga la funzione di altre quattro parti?».

 

Il legame tra il design, l’essenza e la fabbricazione di un prodotto si palesò con chiarezza a Jobs e Ive quando, durante un viaggio in Francia, si recarono in un negozio di articoli da cucina. Ive prese in mano un coltello che gli piaceva, ma poi lo ripose con disappunto. Jobs fece lo stesso. «Entrambi avevamo notato una minuscola traccia di colla tra il manico e la lama» avrebbe poi raccontato Ive. Si misero a fare considerazioni su come il bel design di quel coltello fosse stato rovinato dal processo di fabbricazione. «L’idea che i coltelli di cui dobbiamo servirci siano stati messi insieme con la colla ci riesce sgradevole» spiega Ive. «Steve e io siamo sensibili a questi difetti da cui la purezza e l’essenza di un oggetto come un utensile risultano compromesse: sul fatto che i prodotti debbano essere fabbricati in modo da apparire puri e privi di giunture siamo d’accordo».

 

Copyright Walter Isaacson. Reprinted with permission of the author. Estratto da «Steve Jobs», Arnoldo Mondadori Editore

 

fonte : http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/425676/

 

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